L’Ungheria sostiene norme UE più severe in materia di rimpatrio; l’Unione approva un nuovo sistema per i migranti privi di diritto di soggiorno

L’Ungheria ha votato a favore delle nuove norme UE volte a rendere più efficace il rimpatrio delle persone prive di diritto di soggiorno legale, comprese misure più severe e la possibilità di creare centri di rimpatrio al di fuori dell’Unione.
L’UE approva il nuovo quadro normativo in materia di rimpatrio
Il Consiglio dell’Unione europea ha dato la sua approvazione definitiva alle nuove norme che disciplinano il rimpatrio dei cittadini di paesi terzi che non hanno il diritto legale di soggiornare nell’Unione.
L’Ungheria è stata tra i 23 dei 27 Stati membri dell’UE che giovedì hanno votato a favore del regolamento, secondo quanto riferisce Telex. La Spagna ha votato contro, mentre il Belgio si è astenuto. La Danimarca e l’Irlanda non hanno votato a causa delle rispettive clausole di deroga in materia di giustizia e affari interni.
Le nuove norme mirano a rafforzare l’approccio comune dell’UE in materia di rimpatri e a integrare il Patto sull’immigrazione e l’asilo dell’Unione. Secondo il Consiglio, circa due persone su tre a cui viene ordinato di lasciare l’UE non lo fanno effettivamente. Il nuovo quadro normativo è inteso a fornire alle autorità nazionali maggiori strumenti per far rispettare le decisioni di rimpatrio.
Obblighi più rigorosi per coloro ai quali è stato ordinato di lasciare il territorio
In base al nuovo sistema, le persone che ricevono una decisione di rimpatrio saranno tenute a lasciare lo Stato membro interessato e a collaborare con le autorità.
Il mancato rispetto di tali obblighi può comportare sanzioni, tra cui sanzioni pecuniarie, la riduzione delle prestazioni e delle indennità, ove consentito dalla legislazione nazionale, o la revoca degli incentivi volti a favorire il rimpatrio volontario. Potranno inoltre essere applicate sanzioni penali qualora la legislazione nazionale le preveda.
Le autorità disporranno inoltre di maggiori poteri per imporre misure quali l’obbligo di presentarsi alle autorità, restrizioni all’allontanamento da un luogo di residenza designato, garanzie finanziarie e monitoraggio elettronico.
In determinate circostanze, le persone possono essere sottoposte a detenzione per un periodo massimo di due anni, con la possibilità di prorogare tale periodo di ulteriori sei mesi qualora ciò sia giustificato. Le autorità nazionali possono inoltre adottare misure investigative, tra cui perquisizioni e sequestri, qualora ciò sia necessario per preparare o garantire il rimpatrio.
Le norme prevedono misure particolarmente severe per le persone ritenute un rischio per la sicurezza. Queste possono includere una detenzione più lunga e, ove giustificato e proporzionato, un divieto di ingresso a tempo indeterminato.
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Potrebbero essere istituiti centri di rimpatrio al di fuori dell’UE
Uno degli elementi più significativi del nuovo quadro normativo è la possibilità di istituire i cosiddetti centri di rimpatrio in paesi extra-UE.
In base ad accordi con paesi terzi, le persone oggetto di una decisione di rimpatrio potrebbero essere trasferite in uno di questi centri al di fuori dell’UE. Un centro di rimpatrio potrebbe fungere sia da destinazione finale sia da tappa intermedia prima che la persona venga rimpatriata nel proprio paese d’origine.
Tali accordi possono essere conclusi esclusivamente con paesi che rispettino gli standard internazionali in materia di diritti umani e il diritto internazionale, compreso il principio di non respingimento, che vieta il rimpatrio di persone verso un paese in cui corrano un grave rischio di persecuzione o di altri gravi danni. I minori non accompagnati sono esclusi da tali accordi.
L’idea dei centri di rimpatrio esterni ha già incontrato difficoltà giuridiche e pratiche. L’Italia, ad esempio, ha tentato di istituire strutture simili in Albania, sebbene il progetto abbia incontrato ostacoli giuridici.
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