L’Ungheria prevede un’imposta di uscita per i cittadini facoltosi che si trasferiscono all’estero – Chi dovrebbe pagarla?

Il nuovo governo ungherese ha reso noti i piani per l’introduzione di una tassa di uscita del 15% sulle plusvalenze non realizzate derivanti da investimenti, a carico dei soggetti facoltosi che trasferiscono la propria residenza fiscale all’estero. La misura proposta, che potrebbe entrare in vigore il 1° gennaio 2027, comporterebbe per alcune persone l’obbligo di pagare un’imposta anche qualora non abbiano venduto i propri investimenti.
Le norme dettagliate sono state pubblicate martedì sera insieme al disegno di legge del governo sull’imposta sul patrimonio, secondo quanto riportato dal sito di notizie finanziarie ungherese Portfolio. Il governo afferma che la misura è volta a impedire che il capitale lasci l’Ungheria in modi tali da ridurre il diritto del Paese di tassarlo.
Chi sarebbe interessato dalla nuova «exit tax» ungherese?
In base alla proposta, l’imposta si applicherebbe alle persone fisiche che soddisfano tutte e tre le seguenti condizioni:
- Essere stati residenti fiscali in Ungheria per almeno cinque degli ultimi dieci anni fiscali.
- I loro beni rilevanti abbiano un valore di mercato complessivo superiore a 500 milioni di HUF (circa 1,36 milioni di euro), oppure possiedano una partecipazione pari ad almeno il 20% in una società del valore di almeno 250 milioni di HUF (circa 681.000 euro).
- Il trasferimento della propria residenza fiscale all’estero porrebbe fine o limiterebbe il diritto dell’Ungheria di tassare le plusvalenze derivanti dalla successiva vendita o cessione di tali beni.
L’aliquota fiscale proposta è pari al 15%, in linea con l’aliquota standard dell’imposta sul reddito delle persone fisiche in Ungheria.
È fondamentale sottolineare che la misura riguarderebbe le plusvalenze non realizzate, ovvero gli aumenti di valore degli investimenti che non sono ancora stati convertiti in profitti effettivi tramite una vendita.
In base alle norme proposte, le autorità fiscali calcolerebbero la plusvalenza utilizzando il valore di mercato del bene alla data precedente di un giorno alla cessazione della residenza fiscale ungherese del soggetto. Ciò significa che il trasferimento all’estero potrebbe comportare un obbligo fiscale anche qualora l’investitore continuasse a detenere i propri investimenti.
Quali beni sarebbero interessati?
La normativa proposta riguarda un’ampia gamma di attività finanziarie, tra cui:
- Azioni e altri titoli
- Partecipazioni societarie
- Determinate opzioni e posizioni in derivati
- Attività in criptovaluta
- Determinati diritti associati a conti di investimento a lungo termine e di risparmio previdenziale
- Diritti residui derivanti da polizze assicurative sulla vita, compresa l’assicurazione pensionistica.
Il contante ordinario, il denaro detenuto in conti bancari standard e i depositi bancari non sarebbero coperti di per sé. Tuttavia, il contante detenuto nell’ambito di determinati accordi di investimento a lungo termine o di risparmio previdenziale potrebbe rientrare nell’ambito di applicazione delle norme.
Un altro dettaglio importante è che i guadagni sui singoli attivi verrebbero sommati, ma le perdite non potrebbero essere compensate con i guadagni nel calcolo dell’importo imponibile. Ciò potrebbe aumentare l’onere fiscale per gli investitori i cui portafogli contengono sia attivi redditizi che in perdita.
Il trasferimento nell’UE potrebbe comportare un ritardo nei pagamenti
Le norme proposte operano una distinzione tra le persone che si trasferiscono in paesi dell’UE o dello Spazio economico europeo (SEE) e quelle che si trasferiscono altrove.
Le persone che si trasferiscono in un paese dell’UE o del SEE beneficerebbero generalmente di una proroga automatica e senza interessi del pagamento, a condizione che soddisfino i relativi obblighi di dichiarazione dei redditi e di rendicontazione. L’imposta verrebbe comunque accertata, ma il pagamento verrebbe in genere rinviato fino alla vendita o alla realizzazione in altro modo dei beni.
La dilazione potrebbe terminare anticipatamente in determinate circostanze, tra cui il trasferimento di beni a titolo gratuito, il prelievo di un valore sostanziale, il trasferimento del soggetto in un paese al di fuori dell’UE o del SEE, oppure la violazione grave degli obblighi di comunicazione.
Coloro che si trasferiscono in paesi al di fuori di tale ambito dovrebbero, in linea di massima, versare l’imposta entro il termine di presentazione della dichiarazione relativo all’anno fiscale di riferimento.
Tale distinzione potrebbe rivelarsi particolarmente importante per i cittadini ungheresi facoltosi che stanno valutando la possibilità di trasferirsi negli Stati Uniti o in un’altra destinazione al di fuori dell’UE e del SEE.
Perché il governo sta introducendo questa imposta?
L’imposta di uscita fa parte di un più ampio pacchetto di modifiche fiscali proposte, che include una nuova imposta sul patrimonio prevista per il 2027.
Il governo sostiene che tali misure abbiano lo scopo di scoraggiare i cittadini dal trasferire i propri beni all’estero per eludere la tassazione ungherese. Il Primo Ministro Péter Magyar ha già indicato in precedenza che il governo intende impedire ai soggetti facoltosi di eludere la prevista imposta sul patrimonio trasferendo i propri beni all’estero.
La proposta di imposta sul patrimonio prevedrebbe un prelievo annuale sui patrimoni personali di entità considerevole, con aliquote diverse a seconda dei livelli di ricchezza. L’imposta di uscita è volta ad affrontare una questione correlata: la potenziale perdita del diritto dell’Ungheria di tassare i guadagni da investimenti quando una persona cambia la propria residenza fiscale.
La posizione del governo è che chi ha accumulato ricchezza in Ungheria debba continuare a contribuire ai servizi pubblici attraverso una quota adeguata di tassazione.
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Preoccupazioni riguardo alle implicazioni pratiche
La proposta rischia di sollevare interrogativi su come verrebbe determinato il valore di mercato di determinati beni, in particolare delle società a capitale privato. Gli esperti fiscali consultati da Telex hanno già evidenziato in precedenza le potenziali difficoltà nella valutazione delle imprese e l’onere amministrativo aggiuntivo che tali norme potrebbero comportare.
Le imposte di uscita sollevano inoltre questioni giuridiche all’interno dell’UE, dove le norme devono essere coerenti con i principi che regolano la libera circolazione dei capitali e delle persone. Il differimento del pagamento proposto per i trasferimenti ammissibili verso i paesi dell’UE e del SEE è inteso a rispondere ad alcune di queste preoccupazioni.
La normativa è attualmente allo stadio di proposta, il che significa che la sua formulazione definitiva potrebbe subire modifiche nel corso dell’iter parlamentare.

