Caso del «convoglio d’oro» contro l’Ucraina: un nuovo documento collega Viktor Orbán alla decisione alla base di

Un documento dell’accusa recentemente emerso ha rafforzato le accuse secondo cui l’ex primo ministro ungherese Viktor Orbán avrebbe deciso personalmente di far arrestare sette corrieri di denaro ucraini nel cosiddetto caso del «convoglio d’oro».
Cosa afferma il nuovo documento
Il documento è stato scoperto dagli avvocati che rappresentano i corrieri ucraini tra il materiale investigativo recentemente consegnato dalla Procura Investigativa di Budapest (Fővárosi Nyomozó Ügyészség), come riportato lunedì da Telex. Esso riporta i verbali di una riunione tenutasi il 22 giugno tra i pubblici ministeri e István Szathmáry, colonnello della sicurezza nazionale e capo dipartimento presso l’Ufficio per la tutela della Costituzione ungherese (Alkotmányvédelmi Hivatal, AH).
Secondo la nota dei pubblici ministeri, Szathmáry ha descritto una precedente indagine del Ministero dell’Interno sull’operazione, condotta prima delle elezioni parlamentari. Nel corso di tale indagine, l’ex tenente generale di polizia János Hajdu avrebbe riferito a una commissione che
«…indagare su chi avesse ordinato gli arresti era inutile, poiché tutti sapevano che la decisione era stata presa da una persona che non poteva essere coinvolta nel caso».
Il documento afferma che i presenti interpretarono le parole di Hajdu come un riferimento a Viktor Orbán. Il resoconto costituisce quindi una prova di quanto Szathmáry abbia riferito ai pubblici ministeri in merito a una precedente indagine, piuttosto che una testimonianza diretta del fatto che Orbán abbia impartito tale ordine. Telex aveva già riferito in precedenza, citando diverse fonti informate sui fatti, che Orbán aveva deciso che il convoglio ucraino dovesse essere preso di mira e che anche la tempistica dell’operazione fosse stata stabilita dal governo.
L’operazione di marzo
L’incidente è avvenuto il 5 marzo, quando agenti antiterrorismo hanno arrestato sette cittadini ucraini e sequestrato dai loro veicoli oro e valuta estera per un valore superiore a 27 miliardi di HUF (oltre 73,4 milioni di euro). Secondo la procura, l’operazione è stata avviata a seguito di una denuncia penale. È emerso in seguito che la denuncia era stata presentata dall’AH, sulla base di informazioni raccolte da un’altra agenzia di intelligence, l’Ufficio Informazioni (Információs Hivatal, IH).
Il caso si è successivamente ampliato fino a diventare un’indagine sulla legalità degli arresti e sulle azioni dei funzionari coinvolti. Hajdu, ex capo del Centro antiterrorismo (Terrorelhárítási Központ, TEK), è stato indagato per sette capi d’accusa di detenzione illegale che avrebbero comportato maltrattamenti. Egli ha negato di aver commesso alcun reato e ha contestato le accuse. Orbán ha successivamente elogiato Hajdu in un discorso tenuto a Tusnádfürdő, descrivendolo come un eroe per aver bloccato quelli che ha definito trasferimenti di «denaro nero» e oro ucraini attraverso l’Ungheria.
Maggiori informazioni sul caso: In Ungheria si dimette il procuratore capo per la gestione del caso relativo al convoglio ucraino di denaro e oro
Dubbi più ampi sull’indagine
Il documento recentemente emerso giunge in un momento in cui cresce l’attenzione sul modo in cui la Procura ha gestito il caso. L’ex procuratore centrale incaricato delle indagini, Pál Fürcht, si è dimesso a giugno a seguito di divergenze relative alle indagini. Nella dichiarazione di dimissioni, egli ha affermato che le indagini politicamente delicate, tra cui il caso del convoglio d’oro, erano state oggetto di influenze indebite. L’Ufficio del Procuratore Generale ha respinto le sue affermazioni, definendole prive di fondamento fattuale.
Il caso del convoglio d’oro ha assunto rilevanza politica anche perché István Szathmáry è il fratello di Zoltán Szathmáry, candidato alla carica di Procuratore Generale su nomina del Presidente András Baka. Telex ha riferito che lo stesso Zoltán Szathmáry è stato interrogato in qualità di indagato nell’ambito dell’indagine sul convoglio d’oro per presunta falsità in documenti. L’ultimo documento, di per sé, non dimostra che Orbán abbia emesso personalmente il mandato d’arresto, ma costituisce un’ulteriore testimonianza documentata nell’ambito dell’indagine.

