Il Primo Ministro Péter Magyar celebra la rivoluzione del 1956 con un messaggio forte sulla libertà, l’unità e il futuro dell’Ungheria

Il primo ministro ungherese Péter Magyar ha descritto la rivoluzione del 1956 come «probabilmente la rivoluzione più importante del XX secolo» in un importante discorso tenuto venerdì a Budapest in occasione del suo 70° anniversario. Rivolgendosi alla folla in piazza Kossuth, davanti al Parlamento, Magyar ha reso omaggio agli eroi che hanno resistito all’oppressione sovietica, ha ribadito il ruolo dell’Ungheria in un’Europa libera e democratica e si è impegnato a costruire un Paese in cui le divergenze politiche non dividano più la nazione.

Il primo ministro ha pronunciato il suo discorso il 23 ottobre 2026, esattamente 70 anni dopo lo scoppio della rivolta anticomunista e 37 anni dopo la proclamazione della Repubblica ungherese nel 1989.

Secondo l’agenzia di stampa ungherese MTI, Magyar ha affermato che i rivoluzionari del 1956 avevano cambiato il corso della storia, nonostante fossero stati alla fine sopraffatti dalla forza militare sovietica.

La rivoluzione del 1956 che sconvolse il mondo

«Il 23 ottobre 1956, alcune centinaia di migliaia di ungheresi e i milioni di persone che si unirono a loro hanno scritto la storia del mondo», ha dichiarato Magyar.

Egli descrisse i 13 giorni della rivoluzione come un periodo unico nella storia ungherese, in cui la gente comune si oppose a una delle forze militari più potenti del mondo e rivendicò l’indipendenza nazionale.

«In quei 13 giorni gloriosi, il popolo ungherese disse, gridò, urlò all’unisono: “Russi, tornate a casa!”», ha ricordato, riferendosi al famoso slogan rivoluzionario che esigeva il ritiro delle truppe sovietiche.

Per i lettori internazionali, la Rivoluzione ungherese del 1956 ebbe inizio con manifestazioni studentesche a Budapest che si trasformarono in una rivolta nazionale contro la dittatura comunista e il controllo sovietico. Il 4 novembre le forze sovietiche lanciarono un massiccio intervento militare, schiacciando la resistenza. Migliaia di persone furono uccise, molte altre subirono rappresaglie e circa 200.000 ungheresi fuggirono dal Paese.

Magyar ha sostenuto che, sebbene la rivoluzione fosse stata sconfitta militarmente, il suo significato politico e morale è rimasto immutato.

Egli affermò che gli ungheresi avevano piantato «il primo e forse più importante chiodo nella bara del comunismo», mettendo a nudo la contraddizione tra le promesse di libertà del regime e la sua violenta repressione delle rivendicazioni popolari.

Il primo ministro ha inoltre ricordato le esecuzioni dell’ex primo ministro Imre Nagy, del ministro della Difesa Pál Maléter e del giornalista Miklós Gimes, avvenute nel giugno 1958, presentando i loro sacrifici come simboli della lotta per un’Ungheria indipendente e democratica.

Magyar: Il potere di nessun leader può prevalere sulla libertà dell’Ungheria

Uno dei messaggi politici più forti del discorso di Magyar ha riguardato il rapporto tra sovranità nazionale e influenza straniera.

Egli ha ribadito che ogni leader ungherese deve riconoscere che il mantenimento del potere non può mai essere più importante della tutela della libertà del Paese.

«Nessun leader ungherese può mettere in secondo piano il sacrificio di sangue del 1956 per il bene di accordi economici momentanei o alleanze dubbie», ha ammonito.

«Chiunque giustifichi un aggressore dopo il 1956, o subordini la nazione a interessi imperialistici stranieri, non ha compreso nulla del messaggio del 1956».

Magyar ha sostenuto che la rivolta ha dimostrato che un governo può preservare temporaneamente la propria autorità grazie al sostegno straniero, ma non potrà mai reprimere in modo permanente il desiderio di libertà del popolo ungherese.

Le sue osservazioni collegavano l’esperienza storica del dominio sovietico a questioni più ampie riguardanti la sovranità, le alleanze internazionali e le responsabilità dei leader politici odierni.

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L’Ungheria appartiene a un’Europa libera e democratica

Magyar ha inoltre colto l’occasione dell’anniversario per sottolineare l’identità europea dell’Ungheria, respingendo l’idea che il Paese debba continuamente cercare un equilibrio tra Est e Ovest.

Egli ha sostenuto che gli ungheresi avessero già compiuto la loro scelta nel 1956: desideravano appartenere a un’Europa libera e democratica.

Secondo il primo ministro, l’Ungheria dovrebbe essere un partner affidabile che partecipa con sicurezza alla cooperazione internazionale, anziché isolarsi attraverso il confronto.

Gli ungheresi desideravano essere alleati in grado di sedersi al tavolo comune a testa alta, ha affermato, «non avventurieri che si isolano ricorrendo al ricatto e seguendo percorsi solitari».

Ha presentato un’Ungheria forte, indipendente e lungimirante, capace di affrontare le sfide emergenti grazie alla conoscenza, al coraggio e alla cooperazione.

Il messaggio europeo è risultato particolarmente significativo alla luce del cambio di governo seguito alle elezioni dell’aprile 2026 e della rinnovata enfasi posta sul ripristino delle relazioni dell’Ungheria con i suoi partner europei.

L’eredità del 1956 appartiene a ogni ungherese

Un altro tema centrale è stata la necessità di superare le divisioni politiche all’interno della società ungherese.

I magiari hanno respinto l’idea che i simboli nazionali, l’identità patriottica o la memoria della rivoluzione potessero appartenere in modo esclusivo a un singolo movimento politico.

«Per lunghi anni ci è stata raccontata la menzogna secondo cui la nazione e tutto ciò che è nazionale possa appartenere a una sola parte», ha affermato.

Ha criticato la pratica di trattare come nemici i concittadini con opinioni politiche diverse, sostenendo che la bandiera ungherese, lo stemma nazionale, la coccarda tricolore e la memoria storica del 1956 appartengono a tutti.

Il primo ministro ha ricordato le diverse provenienze di coloro che hanno partecipato alla rivoluzione, tra cui studenti, lavoratori, intellettuali, soldati e figure religiose.

Ha citato diversi partecipanti e vittime di spicco, tra cui Ilona Tóth, István Angyal, Mária Wittner, István Bibó e il cardinale József Mindszenty.

Hungarian Prime Minister Péter Magyar described the 1956 revolution as “possibly the most important revolution of the 20th century” in a major speech marking its 70th anniversary in Budapest on Friday.
Il primo ministro ungherese Péter Magyar ha descritto la rivoluzione del 1956 come «probabilmente la rivoluzione più importante del XX secolo» in un importante discorso tenuto venerdì a Budapest in occasione del suo 70° anniversario.

Le loro differenze, ha sostenuto Magyar, hanno dimostrato che la rivoluzione aveva unito le persone al di là dei confini ideologici e sociali.

Ha esortato gli ungheresi a fare spazio a chi la pensa diversamente e ha messo in guardia dal dividere i cittadini in membri della nazione presuntamente meritevoli e non meritevoli.

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Dal sacrificio del 1956 alle responsabilità di governo

Magyar ha promesso che il suo governo avrebbe portato avanti l’eredità della rivoluzione non solo attraverso la memoria, ma anche attraverso principi concreti di governo.

Egli sosteneva che la libertà rivendicata nel 1956 comprendesse anche la dignità del lavoro, la sicurezza economica e la possibilità di pianificare un futuro nella propria patria.

«Portiamo avanti questa eredità quando costruiamo un Paese in cui la libertà va di pari passo con un tenore di vita dignitoso, il rispetto e le opportunità», ha affermato.

Il primo ministro ha promesso di considerare il governo come un servizio pubblico piuttosto che come uno strumento per esercitare potere sui cittadini.

Ha inoltre assicurato che il denaro pubblico sarebbe stato nuovamente considerato come proprietà della collettività, che la legge si sarebbe applicata in modo uguale a tutti e che la leadership politica si sarebbe basata sulla responsabilità.

Magyar ha affermato che il suo governo Tisza non creerà nuovi nemici né acuirà le divisioni tra gli ungheresi.

Ha invece descritto la responsabilità del proprio governo come quella di trasformare la libertà politica in sicurezza, dignità e opportunità per ogni cittadino.

Tali dichiarazioni rappresentavano impegni delineati nel suo discorso commemorativo, piuttosto che annunci di nuove misure legislative specifiche.

La luce del 1956 deve guidare le generazioni future

Verso la fine del suo discorso, Magyar descrisse la rivoluzione come una «stella fissa che risplende al di là dei decenni di dittatura».

Egli affermò che il suo esempio si era diffuso ben oltre Budapest, in tutta l’Ungheria e oltre la Cortina di Ferro, ispirando persone che in precedenza sapevano ben poco di quel Paese.

Il ricordo della rivoluzione, ha sostenuto, continua a tramandarsi di generazione in generazione, trasmettendo insegnamenti sul coraggio, sulla solidarietà e sulla difesa della libertà.

Magyar ha inoltre ringraziato i Paesi che hanno accolto gli ungheresi in fuga dalle persecuzioni dopo la repressione sovietica, esprimendo gratitudine per la loro solidarietà e per la presenza di rappresentanti stranieri alle celebrazioni dell’anniversario.

Il primo ministro ha concluso sottolineando che la libertà non è semplicemente il risultato di un momento storico, ma una responsabilità che richiede costante attenzione.

«La libertà non è la celebrazione di un singolo giorno, ma una responsabilità da assumersi ogni giorno», ha affermato.

Il suo discorso ha unito il ricordo delle vittime della repressione sovietica a una visione dell’Ungheria contemporanea fondata sulla democrazia, l’unità nazionale e la cooperazione europea.

Per Magyar, il tributo più importante ai rivoluzionari del 1956 non consisteva semplicemente nell’onorarne la memoria, bensì nel garantire che la loro lotta continuasse a plasmare il futuro del Paese.

«Sarebbe bello lasciare ai nostri figli un Paese di cui possano essere orgogliosi, un Paese di cui possiamo essere orgogliosi», ha concluso.

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