Perché è un problema se Péter Magyar decide chi può guidare i media pubblici ungheresi?

L’intervento di Péter Magyar in due nomine nei media pubblici ha suscitato un dibattito sull’indipendenza dell’emittente statale ungherese.
L’indipendenza dei media pubblici ungheresi è stata una delle questioni politiche più delicate del Paese sin dalla transizione democratica del 1989–90. A seguito del cambio di governo nel 2026, è apparso quasi inevitabile che il funzionamento del Fondo per il sostegno ai servizi mediatici e la gestione patrimoniale (MTVA) e, più in generale, dei media di servizio pubblico, fosse oggetto di riforme di ampia portata.
Una delle promesse elettorali principali di Péter Magyar era quella di porre fine all’era della propaganda politica e di istituire un’emittente pubblica realmente indipendente.
Un sistema mediatico pubblico più trasparente – ma a quale costo?
Gli eventi degli ultimi giorni, tuttavia, hanno aperto un capitolo completamente nuovo in tale dibattito. La polemica è iniziata quando l’MTVA ha annunciato la nomina di Gábor Hajdú – che in precedenza aveva lavorato per Hír TV ed Echo TV – a nuovo caporedattore di M1 News. Contemporaneamente, era previsto il ritorno in onda di Miklós Borsa, ex conduttore del programma di informazione di punta dell’emittente.
Il primo ministro Péter Magyar aveva chiaramente un’opinione diversa. Rimanendo fedele al suo stile di comunicazione politica diretta, ormai sempre più familiare, ha commentato un articolo di cronaca che riportava le nomine con sole quattro parole (che in ungherese erano due):
«Non credo proprio…»
Il giorno seguente, l’MTVA ha annunciato che entrambe le nomine erano state revocate. La rapidità di questo dietrofront ha immediatamente riacceso una questione costituzionale fondamentale: un primo ministro dovrebbe – sia formalmente che informalmente – poter influenzare la scelta di chi ricopre incarichi di alto livello all’interno dell’emittente pubblica nazionale?
Le critiche un tempo rivolte a Fidesz
L’episodio è particolarmente significativo poiché una delle critiche più aspre mosse per anni contro Fidesz riguardava proprio il suo presunto controllo politico sui media pubblici ungheresi.
I politici dell’opposizione e gli osservatori indipendenti hanno spesso sostenuto che chiunque avesse guardato la cosiddetta «televisione di Stato» negli ultimi sedici anni non avrebbe potuto non notare la sua parzialità editoriale.
Eppure, persino Viktor Orbán evitava in genere di dare l’impressione che le decisioni editoriali venissero prese direttamente dall’Ufficio del Primo Ministro. Gli ultimi sviluppi appaiono notevolmente più espliciti: a un breve commento pubblico del primo ministro in carica è seguita quasi immediatamente la revoca di due nomine di alto profilo.
Se questa sequenza rifletta un intervento politico diretto o sia semplicemente una coincidenza temporale è oggetto di interpretazione. Tuttavia, l’impressione che ne deriva nell’opinione pubblica è difficile da ignorare.
Echi della nomina di Judit Polgár
Molti commentatori hanno quindi tracciato un parallelo con un’altra recente controversia: la candidatura di Judit Polgár alla presidenza. In quel caso, la questione non riguardava principalmente la candidata stessa. La più grande scacchista ungherese di tutti i tempi sarebbe stata probabilmente una scelta accettabile per molti elettori.
Piuttosto, i critici hanno sostenuto che il governo avesse disatteso la propria promessa di un’ampia consultazione pubblica e avesse invece agito in modo unilaterale, proprio come avevano fatto i governi precedenti nel conferire le più alte cariche costituzionali del Paese.
Una critica simile emerge ora nel caso dell’MTVA. Per molti, il problema non è necessariamente che i due dirigenti dei media ritirati avessero precedentemente lavorato all’interno di quella che i critici descrivono come la macchina mediatica del precedente governo. I sostenitori dell’attuale amministrazione sostengono che figure associate alla propaganda politica non abbiano posto in un’emittente pubblica rinnovata.
La preoccupazione verte piuttosto sul processo stesso. Se il primo ministro può di fatto revocare delle nomine tramite un commento pubblico sui social media, sorgono inevitabilmente interrogativi su dove inizi l’autonomia istituzionale e dove finisca l’autorità politica.
Una questione che va oltre il caso di Péter Magyar
Il dibattito si estende ben oltre l’attuale primo ministro, Péter Magyar. Se dovesse diventare prassi consolidata che un capo di governo possa revocare in modo informale nomine di alto livello con una singola dichiarazione pubblica, lo stesso precedente sarebbe inevitabilmente a disposizione di ogni futuro governo, indipendentemente dall’appartenenza politica.
È proprio per questo che le istituzioni democratiche sono concepite per funzionare secondo regole trasparenti piuttosto che in base alle preferenze dei singoli titolari di cariche pubbliche. I sostenitori di Péter Magyar offrono naturalmente un’interpretazione diversa.
A loro avviso, non si è trattato di un’ingerenza politica, bensì di una correzione necessaria. Essi sostengono che lasciare in carica persone che avevano ricoperto ruoli di primo piano in quello che considerano il sistema di propaganda del governo precedente avrebbe minato in modo fondamentale la credibilità degli sforzi volti a ricostruire il servizio pubblico radiotelevisivo.
Da questo punto di vista, l’intervento era inteso a ripristinare l’indipendenza istituzionale piuttosto che a indebolirla.
Le decisioni valide richiedono anche un processo adeguato
Tale argomentazione, tuttavia, affronta solo una parte della questione. In una democrazia costituzionale, la legittimità dipende non solo dal fatto che la decisione finale sia corretta, ma anche dal fatto che essa sia stata raggiunta attraverso una procedura equa e trasparente.
Se le nomine ad alti livelli vengono effettuate attraverso un processo professionale consolidato, per poi essere revocate immediatamente dopo l’intervento pubblico di un primo ministro, molti osservatori giungeranno inevitabilmente alla conclusione che la volontà politica finisca per prevalere sul processo decisionale istituzionale. Ironia della sorte, questo è esattamente il tipo di governance che gli oppositori di Fidesz hanno criticato per anni.
L’indipendenza dei media pubblici non viene rafforzata semplicemente perché ora una forza politica diversa esercita un’influenza su di essi. Essa si rafforza solo quando nessun partito di governo è in grado di modellarne il funzionamento quotidiano in base a interessi politici immediati.
Se Péter Magyar intende sinceramente aprire un nuovo capitolo per l’emittenza pubblica ungherese, l’obiettivo a lungo termine dovrebbe essere quello di garantire che le nomine ai vertici avvengano attraverso procedure istituzionali trasparenti, che rimangano il più possibile indipendenti dagli attori politici.
Un approccio di questo tipo non solo rafforzerebbe la fiducia nei media pubblici oggi, ma stabilirebbe anche uno standard democratico che ogni futuro governo ungherese sarebbe tenuto a seguire.

