Perché il 4 novembre è un giorno di lutto in Ungheria: 70 anni da quando i carri armati sovietici reprimirono la rivoluzione del 1956

Mercoledì 4 novembre l’Ungheria commemora uno dei giorni più bui della sua storia moderna. Esattamente 70 anni fa, le truppe sovietiche lanciarono un attacco militare su vasta scala per reprimere la Rivoluzione del 1956 e la lotta per la libertà, ponendo fine alla breve speranza del Paese di liberarsi dal regime comunista.
L’anniversario viene commemorato in tutta l’Ungheria con cerimonie commemorative, deposizione di corone di fiori e la bandiera nazionale a mezz’asta. Le commemorazioni di quest’anno coincidono inoltre con la pubblicazione dei tanto attesi documenti della sicurezza di Stato dell’era comunista, comunemente noti come «fascicoli degli agenti».
Cosa accadde il 4 novembre 1956?
La Rivoluzione ungherese ebbe inizio il 23 ottobre 1956 con manifestazioni pacifiche contro la dittatura comunista e l’occupazione sovietica. Le proteste degenerarono ben presto in una rivolta armata, poiché gli ungheresi chiedevano libertà politica, indipendenza nazionale e il ritiro delle truppe sovietiche.
Il 1° novembre, il primo ministro Imre Nagy dichiarò la neutralità dell’Ungheria e annunciò il suo ritiro dal Patto di Varsavia. Rivolse inoltre un appello alla comunità internazionale affinché prestasse aiuto.
L’Unione Sovietica rispose con una massiccia operazione militare. All’alba del 4 novembre, le forze sovietiche diedero il via all’Operazione Whirlwind, attaccando Budapest, altre grandi città e installazioni militari strategiche. L’appello di Nagy fu trasmesso dalla radio ungherese alle 5:20 del mattino, informando il Paese e il mondo dell’intervento delle truppe sovietiche.
Nonostante la feroce resistenza, le forze sovietiche, di gran lunga superiori, reprimirono gradualmente la rivolta. I combattimenti proseguirono in alcune zone di Budapest per giorni, con le ultime sacche di resistenza che furono sconfitte intorno all’11 novembre.

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Migliaia di morti, seguiti da brutali rappresaglie
Il bilancio umano fu devastante. Secondo un rapporto del gennaio 1957 redatto dall’Ufficio centrale di statistica ungherese, tra il 23 ottobre 1956 e il 16 gennaio 1957 si contarono 2.652 morti e 19.226 feriti. Solo a Budapest si registrarono 2.045 morti e 16.700 feriti.
Anche l’esercito sovietico subì perdite: una statistica ufficiale del 1991 registrava 669 soldati sovietici uccisi e 51 dispersi.
Alla sconfitta seguì un’ondata di rappresaglie. L’ex primo ministro Imre Nagy, il ministro della Difesa Pál Maléter e il giornalista Miklós Gimes furono giustiziati il 16 giugno 1958 al termine di un processo farsa. A seconda delle fonti, tra le 220 e le 340 persone furono giustiziate per il loro coinvolgimento nella rivoluzione, mentre altre migliaia furono condannate al carcere o internate. Circa 200.000 ungheresi fuggirono dal Paese.

L’Ungheria ricorda i propri caduti
Il governo ungherese ha ufficialmente designato il 4 novembre come Giornata nazionale di lutto. La bandiera nazionale viene esposta a mezz’asta e si tengono cerimonie per onorare coloro che hanno perso la vita durante la rivoluzione e le successive rappresaglie.
Mercoledì mattina si è svolta una cerimonia militare in piazza Kossuth, di fronte al Parlamento, dove la bandiera nazionale è stata issata e poi abbassata a mezz’asta. Sul palazzo del Parlamento è stata inoltre esposta una bandiera nera a lutto.
I rappresentanti del governo hanno deposto corone di fiori presso il Lotto 301 del Nuovo Cimitero Pubblico di Budapest, dove sono sepolte molte vittime delle rappresaglie comuniste. Ulteriori commemorazioni si stanno svolgendo nei luoghi commemorativi della capitale e in diverse città del Paese.
L’anniversario segna anche la pubblicazione dei documenti della sicurezza di Stato dell’era comunista, consentendo al pubblico l’accesso a fascicoli che sono stati oggetto di un dibattito di lunga data. La divulgazione costituisce una parte distinta, ma significativa, delle celebrazioni per il 70° anniversario di quest’anno.

