La Corte di giustizia dell’UE stabilisce che l’Ungheria ha violato la legge concedendo la scarcerazione anticipata a 2.500 trafficanti di esseri umani

L’Ungheria ha violato il diritto dell’Unione europea consentendo il rilascio anticipato dal carcere di 2.525 trafficanti di esseri umani condannati in base a un controverso decreto governativo, ha stabilito giovedì la Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE).

La Corte di giustizia dell’Unione europea condanna l’Ungheria

La Corte con sede a Lussemburgo ha accolto il ricorso della Commissione europea contro l’Ungheria, ritenendo che il sistema adottato dal Paese, che sostituisce le pene detentive con uno speciale regime di reinserimento, non garantisse sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive.

La sentenza riguarda un decreto governativo del 2023 che consentiva ai cittadini stranieri condannati alla reclusione e all’espulsione per reati di traffico di esseri umani di essere trasferiti automaticamente alla cosiddetta «detenzione speciale di reinserimento».

Perché la Corte dell’Unione europea si è pronunciata contro il governo ungherese?

In base a tale regime, le persone rilasciate dovevano lasciare l’Ungheria entro 72 ore e non potevano rientrarvi per il resto della pena detentiva originariamente inflitta. Un totale di 2.525 condannati sono stati sottoposti a tale regime prima che il decreto fosse abrogato il 19 agosto 2025.

La Commissione europea, guidata da Ursula von der Leyen, ha sostenuto che la misura creava un rischio sistemico che i reati di traffico di esseri umani rimanessero di fatto impuniti. Ha inoltre avvertito che tale politica minava l’efficacia delle politiche dell’UE in materia di migrazione e controllo delle frontiere. La Commissione ha successivamente avviato una procedura di infrazione contro l’Ungheria dinanzi alla Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE), la quale ha ora accolto il suo ricorso.

Le pene detentive sono state di fatto sostituite dall’espulsione

I giudici hanno stabilito che il regime speciale di reinserimento non potesse essere considerato una sanzione efficace, poiché le pene detentive inflitte da sentenze definitive non venivano effettivamente scontate. Esse venivano invece di fatto sostituite dall’obbligo di lasciare l’Ungheria e da un divieto temporaneo di rientro.

Il tribunale ha inoltre ritenuto che la misura fosse priva di un sufficiente effetto deterrente. I potenziali autori di reati potevano prevedere che, anche se catturati e condannati in Ungheria, avrebbero potuto andare incontro, in ultima analisi, a poco più che l’espulsione e un divieto temporaneo di ingresso.

Inoltre, la procedura di rilascio automatico non rispettava il principio di proporzionalità. Le autorità non valutavano individualmente le circostanze dei reati né la situazione personale degli interessati prima di rilasciarli. I giudici hanno sottolineato che l’allineamento del divieto di rientro alla durata della pena detentiva originaria non era, di per sé, sufficiente a garantire una punizione proporzionata.

Il decreto riguarda anche reati gravi

Il tribunale ha individuato un’ulteriore violazione relativa a reati particolarmente gravi per i quali il diritto dell’Unione europea prevede pene detentive di almeno otto anni. Tra questi figurano l’agevolazione dell’ingresso o del transito attraverso uno Stato membro dell’UE di cittadini di paesi terzi a scopo di lucro, nell’ambito di un’organizzazione criminale o in circostanze che mettono in pericolo la vita delle persone oggetto di traffico illecito.

I giudici hanno ritenuto che il decreto ungherese potesse applicarsi anche a tali reati, in contrasto con gli obblighi del Paese ai sensi del diritto dell’Unione.

Quali saranno i prossimi sviluppi?

Sebbene l’Ungheria abbia abrogato la misura nell’agosto 2025, la Corte ha proseguito la propria valutazione e ha formalmente stabilito che il Paese aveva violato il diritto dell’Unione europea mentre il regime era in vigore. La sentenza non impone una sanzione pecuniaria immediata all’Ungheria. Tuttavia, il Paese è tenuto ad adempiere agli obblighi derivanti dalla sentenza.

È importante sottolineare che la decisione non stabilisce quale destino debbano avere i 2.525 trafficanti di esseri umani condannati che sono stati rilasciati nell’ambito del programma. La sentenza rappresenta una battuta d’arresto giuridica per l’approccio dell’Ungheria alla punizione dei trafficanti di esseri umani stranieri, lasciando al contempo irrisolta la questione del futuro delle persone rilasciate.

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