Lettera di un lettore: Le cose che ho imparato ad apprezzare dell’Ungheria dopo essermene andato

In qualità di paraguaiana che ha vissuto in Ungheria per sei anni, tra il 2018 e il 2024, molte cose che un tempo mi sembravano insolite sono poi diventate parte della mia vita quotidiana. È stato solo dopo aver lasciato il Paese e essere tornato in Sudamerica che ho iniziato a vedere alcune di quelle esperienze ordinarie sotto una luce diversa. La distanza mi ha fatto capire quanto avessi imparato ad apprezzare i piccoli dettagli della vita lì che un tempo davo per scontati.
Autrice: Fabiola Sosa Torras
Uscita a Kossuth Lajos tér
È una giornata come tante a Budapest. Si sale sulla linea 2 della metropolitana. Come al solito, l’atmosfera è tranquilla: alcune persone leggono libri sui caratteristici sedili rossi, altre ascoltano musica e alcuni turisti osservano attentamente la mappa del percorso sopra le porte. In sottofondo, si sente una voce ungherese dal tono grave che annuncia la prossima stazione.
Una volta giunti a Kossuth Lajos tér, per uscire occorre percorrere scale mobili così lunghe e ripide che non si è del tutto sicuri se vi stiano conducendo in paradiso o all’inferno. Ma quando finalmente si raggiunge la cima e si varca l’uscita, eccolo lì, come se non fosse nulla di straordinario: il palazzo del Parlamento più maestoso del mondo. In questi giorni, non mi lamenterei affatto di dover armare di pazienza ancora una volta su quelle scale mobili infinite.
Il lusso del silenzio in Ungheria
Ricordo che, all’inizio, mi sorprese molto quanto fosse tranquilla l’Ungheria rispetto ad altri luoghi che avevo visitato in precedenza. Un sabato pomeriggio mi stavo recando in un parco con un pallone da basket, facendolo rimbalzare mentre camminavo sul marciapiede. Pochi secondi dopo, un uomo è apparso su un balcone e, con tono arrabbiato, ha detto «Shhhh», facendomi cenno di fare silenzio.
D’altra parte, però, a volte mi capita di recarmi in determinati luoghi nella speranza di rilassarmi, come ad esempio un bar, solo per ritrovarmi a scoprire perché un perfetto sconosciuto abbia divorziato o addirittura perché abbia cambiato marca di shampoo. A quanto pare, il silenzio può risultare scomodo semplicemente perché alcuni di noi non sono abituati a tanta tranquillità.
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Quando il Natale ha cominciato a avere un profumo diverso
Indossando il cappotto più caldo e la sciarpa più grande che possedete, uscite di casa mentre, se la fortuna è dalla vostra parte, fuori cade un po’ di neve. È il vostro primo Natale in Ungheria. Ad un certo punto, un odore curioso ma sconosciuto cattura l’attenzione di qualsiasi straniero proveniente da una terra lontana come la mia. Chiedendovi cosa possa essere, seguite il profumo ovunque vi conduca, proprio come i topi che seguirono ciecamente il Pifferaio di Hamelin.
Alla fine, la scia conduce a un tradizionale mercatino di Natale, dove i piatti ungheresi più familiari sono ovunque. Man mano che l’esplorazione prosegue, compaiono alla vista diversi grandi calderoni neri, pieni di liquidi dalle diverse sfumature di bordeaux, mescolati a spezie e fette d’arancia.
Sembrano sospettosamente simili a pozioni magiche delle streghe perché, in quel momento, non avete idea che l’aroma che state seguendo, e che finirà per definire il Natale nei prossimi anni, si chiami vin brulé.
Nel mio Paese, il Natale cade in estate e il profumo che lo rappresenta è quello del fiore di cocco. Non mi lamento, perché è meraviglioso, profondamente rappresentativo di questo periodo dell’anno in Paraguay, e mi riporta alla mente bellissimi ricordi d’infanzia. Tuttavia, da quando sono tornata, a volte vorrei che, uscendo dal mio appartamento, invece di sopportare un caldo di 40 gradi e l’umidità tropicale, potessi sentire una brezza fresca mentre percepisco il richiamo di quella sostanza divina.
Bar con ingressi minuscoli
Lì ho scoperto qualcosa che non avevo mai visto in nessun altro Paese. Immaginate di essere invitati in un bar da un amico ungherese e di camminare insieme per strada finché, a un certo punto, vi dice: «Siamo arrivati». Subentra la confusione poiché non sembra esserci alcun bar in vista, al punto che si comincia a chiedersi che giorno sia, solo per assicurarsi che non sia il primo di aprile. Ma no, non lo è.
A quel punto vi indica un ingresso minuscolo, spiegandovi che per entrare è necessario accovacciarsi. Per qualche secondo vi chiedete se il vostro amico sia davvero solo un amico e non un rapitore, ma decidete di fidarvi di lui ed entrate. Improvvisamente, l’impressione non è tanto quella di entrare in un bar, quanto piuttosto di varcare la soglia di un’altra dimensione.
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Seduti in riva al Danubio con una birra
Quando ripenso alle estati trascorse in Ungheria, la prima immagine che mi viene in mente è quella di me seduto in riva al Danubio, mentre bevo una birra Szent András al gusto di prugna, la mia preferita, osservando i colori del tramonto e ascoltando lo scorrere del fiume, come se fosse una sorta di ASMR per il mio corpo. A prima vista, non era né un’attività costosa né particolarmente elaborata.
Sebbene possa ancora visitare altri fiumi, nessuno di essi mi fa provare le stesse sensazioni del Danubio. Se mai dovessi tornare in Ungheria, non potrei più bere la stessa birra perché ora sono intollerante al glutine, ma potrei sicuramente rivivere alcuni di quei momenti, che sono stati tra i più felici della mia vita.

